Lupin III - Il castello di Cagliostro Regia:Hayao Miyazaki
Distribuzione: Mikado
Quando venne prodotto Il castello di Cagliostro (1979), una delle più avvincenti avventure di Lupin III, Hayao Miyazaki era quasi uno sconosciuto per il grande pubblico sebbene avesse già collaborato alla serie televisiva sia negli anni Settanta che nel decennio successivo, quello della sua definitiva consacrazione a maestro di anime, e quello della fondazione - insieme al suo collega e mentore Isao Takahata - dello Studio Ghibli (1985), uno dei colossi mondiali della cinematografia animata odierna, istituito con l'intento di realizzare storie che esplorassero in profondità i sentimenti umani, mostrando una realtà più vicina alla vita quotidiana.
A distanza di 27 anni dalla presentazione a Cannes (primo cartone animato concorrente a un festival), a 23 dal primo passaggio televisivo su Italia 1, e a qualche anno dall'uscita del prezioso dvd italiano a cura della De Agostini, la Mikado (con Dolmen Home Video e Yamato Video) ripropone sul grande schermo una versione rinnovata della pellicola che ha però recuperato il cast di voci della prima edizione per un doppiaggio più moderno, unitamente al lancio sul mercato dei prestigiosi cofanetti di dvd che raccolgono gli episodi della prima e della seconda serie.
Il risultato di tali operazioni è decisamente positivo. Perché il primo lungometraggio di Miyazaki non mostra assolutamente i segni dell'età, e inoltre, ci consegna un prodotto piuttosto inconsueto rispetto alla poetica che lo ha contraddistinto nelle sue opere successive e in quelle più mature (La città incantata e Il castello errante di Howl), quelle che gli hanno procurato allori e consensi in ogni angolo del pianeta.
Difatti, il regista di Tokyo, se la cava benissimo anche con la verve comica e surreale del pronipote del celebre ladro gentiluomo, evidenziando in alcuni casi quel gusto per il vintage italiano che lo ha portato a battezzare con il nome di un aereo ricognitore della seconda guerra mondiale lo Studio Ghibli, a riprendere la scena del consumo di due piatti di spaghetti con polpette, e soprattutto, a magnificare la mitica Fiat 500, l'automobile giallo canarino del nostro eroe, nell'appassionante inseguimento all'inizio del film, una delle sequenze più sorprendenti della storia dell'animazione.
Da lì si dipana una trama ricca di ritmo e colpi di scena. Lupin, affiancato dal compagno Jigen, ha appena scoperto un gigantesco traffico di banconote false nel casinò di Montecarlo che si ritrova a soccorrere la bella principessa Clarissa, prigioniera del perfido conte di Cagliostro in un impervio castello che domina l'omonimo staterello alpino. Con l'aiuto del samurai Goemon Lupin si appresta a liberare la ragazza e impedirne le nozze con il conte, punire i malvagi e, naturalmente, accaparrarsi le fantastiche ricchezze custodite tra quelle mura, in concorrenza con l'astuta Fujiko, già penetrata nella fortezza, neutralizzando le guardie e gli agguerriti ninja al servizio di Cagliostro, ed evitando l'Interpol e il caparbio ispettore Zenigata, nuovamente sulle sue tracce
Uscito dalla matita di Monkey Punch (Kazuhito Kato), il quale ha ideato un eroe in giacchetta verde irriverente e guascone, generoso e sciupafemmine che strizza l'occhio più al cinema europeo e americano che ai manga del Sol Levante, Lupin è una sorta di James Bond con la passione per i travestimenti e le imprese audaci, come quella di sottrarre tesori inestimabili a spietati criminali o conquistare il cor gentile di adorabili fanciulle. Tuttavia, il successo de Il castello di Cagliostro è legato in gran parte alla miscela di azione e ironia, dramma e commedia, suspense e romanticismo che caratterizzano la sceneggiatura, ma anche alla stupefacente qualità del montaggio e dell'animazione, in tempi in cui il digitale era ancora fantascienza.
Al contempo non va però sottovalutato il contributo di Miyazaki, il quale, è comunque riuscito a permeare il racconto di quella sottile vena ecologista e antimilitarista che qualificherà buona parte dei suoi lavori successivi, e a presentare quelle figure femminili sfortunate e tenaci che lo accompagneranno più tardi alla conquista dell'Orso d'Oro a Berlino (2002), della statuetta di zio Oscar a Los Angeles (2003), e del Leone d'Oro a Venezia (2005) per la straordinaria carriera.